sabato 4 aprile 2020

Ultime letture: Italo

Il tanto celebrato libro di Vincenzo Filosa non mi è sembrato poi quel gran capolavoro, il “miglior fumetto dell’anno” o “del decennio” come alcuni hanno decretato; tante recensioni osannanti mi hanno fanno sentire il bisogno di smitizzare quest’opera (non recensendola, poiché non mi reputo in grado di farlo, ma semplicemente commentandola).
Ad una prima lettura appare una narrazione circolare, che termina laddove era iniziata dopo averci descritto la situazione personale e familiare del protagonista. Dal punto di vista tecnico, l’inizio è promettente, con una serie di tavole particolari: spezzettate in molte vignette sempre più piccole, dove personaggi casuali pronunciano parole casuali e ci proiettano nella mente del personaggio. Ma gli effetti speciali finiscono qui e per il resto la sceneggiatura procede regolare, accademica. Da un certo punto in poi (a mio avviso da pagina 64) il meccanismo narrativo comincia ad apparire un po' confuso: forse sfuggono alcuni particolari che chiarirebbero, ma
non si capisce più se la narrazione sta procedendo su una o due linee temporali. Questo è un po' disorientante, anche se in fin dei conti, non c'è una vera e propria storia ma la descrizione di una dipendenza da sostanze stupefacenti; non un inizio, uno svolgimento ed una fine, ma un cerchio chiuso.
Ci sono diversi libri a fumetti per i quali il giudizio cambia notevolmente se espresso “durante” la lettura o “dopo”; libri che alla fine possiamo dirci contenti di aver letto ma che sul momento ci avevano piuttosto infastidito. Complice lo stile di disegno, che per certi versi si rifà ai manga e che non è nelle mie corde, ho terminato il libro senza alcun entusiasmo ed ho pensato che fosse uno dei più sopravvalutati degli ultimi anni. Riflettendoci a freddo, riconosco il valore di ciò che Filosa ha voluto raccontare e posso apprezzarlo, ma i mezzi usati per farlo non mi convincono.



Il libro è pubblicato da Rizzoli-Lizard, costa 20 euro e può essere ordinato sul sito.

giovedì 2 aprile 2020

Ultime letture: Sophie

Dopo la nascita nelle storie di Alack Sinner, il personaggio di Sophie vive due avventure autonomamente, proposte per la prima volta in volume nel 1980 da L’Isola Trovata. Nella prima storia possiamo riconoscere luoghi ed ambienti tipici del detective di Carlos Sampayo e José Muñoz: Sophie non ha un’occupazione e passa il tempo suonando campanelli dove non sono scritti nomi ma numeri ed imprecando ai citofoni. Una volta viene fatta entrare in un appartamento, subisce violenza, viene abbandonata per strada nuda e ferita, arrestata e condannata per scandalo, reticenza, offesa a pubblico ufficiale, ecc. Alla fine, riesce a fuggire di prigione, raggiunge il confine col Messico ed attraversa il fiume lasciando i vestiti negli Stati Uniti.
La seconda storia è completamente surreale. Riparte dal punto preciso in cui si era chiusa la precedente, con Sophie nuda che viene raccolta da una famiglia di messicani, la cui madre si trova nel medesimo carcere americano da cui lei è fuggita. La stessa Sophie organizzerà l’evasione con l’aiuto di un gruppo di scheletri, due corvi parlanti, ed altri strani personaggi. Ma sarà la madre stessa che si gonfierà come un dirigibile per riportare tutti a casa e poi sciogliersi e fondersi con la terra, dove nascerà una foresta. Nel finale, gli aerei militari americani bruceranno tutto col napalm. Sophie è una serie molto simbolica ma poco entusiasmante e non ha molto a che vedere con la “serie madre” da cui deriva. Non stupisce che i due autori argentini siano poi tornati a narrare le avventure di Alack Sinner.





Il volume è reperibile sul mercato dell’usato.